Perché chiamiamo riso il riso

Accade con i nomi come con gli uomini, vanno presi sul serio.

Spesso ci illudiamo siano solo segni e suoni legati tra loro e appiccicati alle cose. Una pura comodità.

Eppure c’è qualcosa di misterioso che lega questi segni alle cose che indicano.

Ne facciamo tutti esperienza quando ci capita di conoscere una persona: nel momento esatto in cui ne apprendiamo il nome è come se si aprisse un sipario, come se un velo fosse strappato all’immagine informe che abbiamo davanti e dell’altro apparissero i tratti più nitidi.

Accade con la musica di una sinfonia, quando qualcuno ce ne fa un racconto.

Accade quando assaggiamo un cibo: nel momento in cui qualcuno ce ne dice il nome o ci parla della sua origine: solo allora il sapore acquista un’intensità del tutto diversa.

Forse c’è davvero un legame nascosto che lega i nomi alle realtà che essi indicano, quasi fossero un secchio gettato nel pozzo profondo e oscuro dell’essere per attingerne il senso.

Gli uomini sono esseri strani. Pochi scoprono il segreto della loro vita. Forse pochi lo cercano. Di certo le parole potrebbero aiutare, come un filo di Arianna, a giungere là dove i segni che sembrano effimeri, all’insaputa dei più, affondano invece nell’essere.

I ventisei segni dell’alfabeto forse non sono una semplice convenzione, ma piuttosto lo strumento cha da fiato e voce al tentativo inesausto dell’uomo di dare un significato alle cose, riassumerne il senso, coglierne il cuore.

Di questa impresa che l’uomo si è assunto fin dalla notte dei tempi, ne accenna la Bibbia, quando racconta del compito che gli è stato affidato di dare un nome alle cose, come se proprio in quel gesto si completasse l’opera della creazione.

A volte i nomi sembrano prendersi gioco di noi. Accade con certi cognomi che sembrano essere attribuiti a delle persone ad irridere il lavoro che svolgono o il ruolo che hanno.

“Omen nomen” ci avvertono i saggi latini: nel nome risiede un presagio.

Il ‘riso’ e il ‘riso’: ecco uno di questi presagi.

In un’unica parola due realtà differenti: l’alimento più consumato nel mondo e l’espressione del viso più attesa.

Accade qui, nella lingua di Dante, non altrove, in altre terre, in altri linguaggi, dove ‘smile’ o ‘rice’ non hanno nulla a che fare tra loro.

Con il passare del tempo gli uomini adulti, e anche le donne, non fanno più caso a certe coincidenze linguistiche, si abituano a tutto, anche ai casi più strani come agli eventi più straordinari, ognuno impegnato nei suoi progetti, nei suoi tormenti.

Se ne accorgono solo i bambini, nel loro mondo di infiniti perché. Si fermano, stupiti, a fissare un oggetto, una parola, a cui gli adulti si sono abituati da tempo.

Il riso e il riso.

Sul senso arcaico delle radici dei nomi indagano gli studiosi alla ricerca di perdute etimologie. Affaticano gli occhi e la mente ad interpretare i segni lasciati da popoli antichi su fogli di pergamene sepolte da secoli.

Ma il viaggio a ritroso nel tempo si arena sempre alle soglie di un terrificante sconvolgimento di suoni e di significati, una Babele che ha devastato il mondo e spaventato gli uomini, fino a farli fuggire, terrorizzati, lasciando incompiuta la torre che doveva giungere al cielo.

Per quanto misterioso appaia questo antico racconto, qualcosa del genere deve essere veramente successo se ancor oggi, tra le molte disgrazie di una famiglia, tra amici, al lavoro, la peggiore di tutte è che non si intenda più le parole dell’altro così che colui che è al tuo fianco risulti all’improvviso un estraneo.

I nomi e le parole superstiti di questo immenso sconquasso, se ne sono andate per il mondo seguendo ognuna un destino diverso.

Alcune sono rimaste a girovagare con l’espressione irriverente che a volte hanno i giovani. Ancor oggi le vedi girare per strada. Le anziane signore le osservano passeggiare, discinte, come forse avrebbero voluto fare anche loro da giovani e, mentre le biasimano, brucia dentro di loro il dubbio inconfessato che forse anche per loro la vita avrebbe potuto essere diversa.

Parecchi nomi e parole hanno attecchito fuori dal loro Paese d’origine, hanno fatto fortuna, hanno invaso altri mondi, si sono stanziati in altri Paesi. Quando per qualche motivo, per affari, o per un puro caso tocca loro di ripassare per la terra d’origine vengono additate di nascosto come succede con i cugini alla lontana di cui si sono perse le tracce.

Qualcuno le addita. “E’ una straniera.”

Altri le riconoscono. “Siamo parenti alla lontana”.

Ma ogni città è abitata da gente venuta da fuori, che un tempo è stata straniera. Così, con il passare del tempo, nessuno si chiede più il paese d’origine.

Alcune parole, tra le più fortunate, hanno trovato poeti che se ne sono innamorati, che le hanno portate con loro nei momenti sublimi e le hanno incastonate nei versi, nelle rime e nei silenzi.

Qualcuno dice che questo le ha rese immortali.

Ma è difficile parlare di ciò che sta oltre la morte.

E’ davvero strana la vita. La vita degli uomini s’intende, e anche delle parole.

Alcune di queste sono trattate senza pudore, come delle cortigiane disposte a tutto, nei mercati e promettono felicità a buon mercato. Altre fanno una vita balorda, trascinate di qua e di là, a oziare nei bar

Ad alcune è toccato un destino solitario, del tutto diverso.

Tra queste alcune hanno preso male la loro sorte, sono diventate iraconde, irascibili e vengono adoperate con disprezzo dagli uomini nei momenti di rabbia, per maledire qualcuno o bestemmiare il cielo.

Altre hanno accettato grate la loro verginità e hanno dato voce agli uomini nelle benedizioni, negli auguri e negli auspici di future fortune.

Qualcuna addirittura si è consacrata a Dio e si è offerta alle preghiere degli uomini insieme ad un ‘Amen’.

Ma altri nomi, altre parole, più sane, più robuste, sono cresciute, hanno resistito alle mode del tempo, sono diventate madri, amiche, compagne. Ancor oggi lavorano, instancabili, negli uffici, nei negozi, nelle aule di scuola. A volte si affaticano nelle corsie degli ospedali a consolare un figlio che soffre, o un padre che aspetta la morte.

Di tanto in tanto, nei lunghi momenti in cui la vita sembra languire monotona, si ritrovano tra loro, diventano chiacchiere, si intessono nei pettegolezzi scambiati con le amiche, al telefono, oppure di fronte ad una tazza di tè.

Di tutti i destini il più fortunato è quello che tocca a quei nomi che per qualche strana, ignota ragione, sono rimasti per sempre, nel cuore degli uomini, incorrotti, per tutta la vita.

‘Madre’, ‘padre’, il nostro stesso nome, quello della nostra terra. Parole sacre che segnano la vita come pietre miliari. I numeri primi del nostro linguaggio, parole che non smettono di gettare segnali anche dal pozzo dell’animo degli uomini più infami, come un ultimo disperato appello ad un destino buono a cui la vita di tutti sembra agognare.

E’ proprio da questa avventura infinita dei nomi e delle parole che arriva a noi lo strano, duplice senso del riso e del riso.

Ora, se non ci arrendiamo al puro dominio del caso e cerchiamo un senso a questo incrocio di sensi, qualcosa si può intravedere.

Sembra che le due realtà, che la parola riso accomuna, sia segnata da una sorta di attesa.

Lo attendono gli amici al ristorante, dove è norma non farlo aspettare. Tostato, sfumato, imbevuto di brodo e di altri sapori, mantecato, servito e destinato a morire nel vino.

Lo attende l’uomo sbocciare improvviso per un gesto inaspettato e gentile, per uno scherzo, una battuta.

Nelle prime settimane di vita lo attende apparire la madre sulle labbra del suo bambino, primo gesto cosciente del figlio che ha messo al mondo.

Lo stesso bambino, una volta svezzato, attende impaziente che riempia il suo piatto.

Lo attende la sposa, sul capo, gettato festoso dagli amici e parenti dopo il ‘sì’, promessa d’amore per tutta una vita.

Lo attende lo sposo ad ogni ritorno tra le braccia di lei.

Perfino i cani a volte provano a disegnarlo sul muso, per far festa al loro padrone.

Se lo scambiano lieti i convitati a una festa, con il calice in mano.

Il riso e il riso.

Le coincidenze vanno prese sul serio.

Viviamo in un mondo fatto di coincidenze, le coincidenze determinano l’intera esistenza di ognuno.

Come il riso immerge lo stelo e le radici nell’acqua, così l’altro riso affonda il suo significato nelle profondità più nascoste dell’animo umano, l’attesa di una gioia consumata insieme agli amici, alle persone più care, in un banchetto che non abbia mai fine.


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