IL MISTERO DEL NOME

Questione di nome: l’apparente casualità e il legame profondo con il nostro ‘io’.

Oggi, 15 novembre, si festeggia il nome che i miei genitori mi hanno dato.

Per la verità il mio nome doveva essere diverso, tant’è vero che sull’annuncio del mio battesimo, che ancora conservo, c’è scritto Vincenzo. Ma poi, all’ultimo, arrivò da Roma un prete amico di famiglia e, prima che un fiotto d’acqua benedetta mi bagnasse la testa, impose il nome che poi ho portato per tutta la vita.

Fin da piccolo ho faticato a portarlo. Uno dei primi ricordi della mia infanzia è un pianto disperato a cui mi ero abbandonato per spingere i miei a cambiarmi il nome. Solo mio padre, prendendomi sulle ginocchia e raccontandomi che Alberto Magno era un cavaliere intrepido con tanto di lancia e di spade, riuscì a rintuzzare la mia ribellione.

Quando seppi che il mio santo non aveva mai visto un cavallo e men che meno una lancia, ma aveva vissuto tra i libri delle università medievali, ormai era troppo tardi.

Eppure, anche in questo controverso rapporto, c’è qualcosa che mi ha sempre meravigliato e ancor oggi mi spinge a rifletterci.

C’è un vincolo apparentemente casuale eppure misterioso che lega il nostro nome al livello più profondo del nostro ‘io’, tra il nostro nome e la profondità ignota del nostro essere.

Tra tante parole solo l’eco del nostro nome giunge fino in fondo al pozzo insondabile di noi stessi e lo risveglia, lo agita.

Il nome detto da nostra madre, e poi, crescendo, da una persona cara provoca un brivido che arriva fin laggiù e ci scuote, come una carezza, un incoraggiamento a esserci, a vivere.

Come tutte le cose anche il nostro nome poi è usurato dal tempo. Nel corso degli anni si riduce ad essere lo strumento della nostra identificazione anagrafica e rimane, insignificante, in capo alle nostre generalità, ad uso dei funzionari e dei notai: favorisca un documento, Firmi qui. Farò il suo nome a chi di dovere. Finché, più che dai soprannomi, il nostro nome è umiliato dall’anonimato di un numero, una sigla, un codice, oppure, da un estraneo – “Ehi tu …”.

Ma la forza sconosciuta del nostro nome si risveglia quando, non richiesto, non calcolato, del tutto gratuito, qualche persona cara ci chiama per nome, il nostro nome, nient’altro e all’improvviso questa voce getta un ponte di amicizia e di affetto che permette in un istante, di ritrovarci da soli, uno di fronte all’altro, nella profondità delle nostre anime.

“Zaccheo.” Una voce ci raggiunge, e tutto il mondo cambia.

P. S.  E poi, proprio oggi, si festeggia un altro nome: Placido Cortese. Il frate francescano a cui sono molto legato tanto da diventare uno dei protagonisti del nuovo romanzo che uscirà fra pochi giorni: “Delitto al Caffè Pedrocchi”. Avremo modo di parlarne …