San baccalà

Un maestro, il baccalà e dei giovani al lavoro.

Un gruppo di ragazzi, in divisa da cuochi, bardati di mascherina d’ordinanza, attorno al bancone del laboratorio, intenti a seguire nelle parole e nei gesti, lo chef Antonio Chemello, maestro della confraternita del baccalà.

E’ in corso una lezione sulla grande tradizione della cucina veneta, in particolare su come i vicentini e i veneziani hanno saputo trasformare i grandi merluzzi del mare del nord nelle pietanze straordinarie del baccalà alla vicentina, mantecato, marinato, con i bigoli, nel risotto ecc.

Una collega mi manda questa foto, stupita dello spettacolo di quei ragazzi intenti a lavorare nel laboratorio di scuola, in tempi di Covid.

Dalla bufera che ha sconvolto il nostro modo di vivere è come fosse stata spazzata via la coltre di scontatezza che copriva aspetti importanti della vita.

Così è del lavoro.

Nel lavoro inteso come la fatica di un uomo o di una donna che provano a trasformare qualcosa per renderlo migliore, più utile, più bello.

C’è qualcosa di commovente in questi ragazzi, nati in un’epoca così difficile. E’ tutto fuorché scontato vederli piegare la schiena, aguzzare la vista, provare a capire come si muovono le mani dello chef, imitarne i suoi gesti, chiedere spiegazioni, provare.

Viene da pensare che nel lavoro si esprima ciò che c’è di più umano nell’uomo: attenzione, cura, rispetto, compagnia, soddisfazione, bellezza.

In questa esperienza del lavoro non c’è alto o basso che tenga, non è la classificazione che conta, ma quello che di umano c’è dentro.

E forse, dentro una montagna di errori, cadute e riprese, può essere che ogni gesto, la vita intera, sia lavoro.

Anche il baccalà.