ADAM

Adam quella mattina si era svegliato a fatica, dimenandosi in un groviglio di lenzuola sporche che da mesi non venivano lavate, ormai ridotte a un grosso grumo indistinto sopra il nudo materasso, buttato per terra in mezzo alla stanza.
Aveva ancora addosso i vestiti della sera prima, quando era rientrato a chissà quale ora e in chissà quali condizioni.

Adam quella mattina si era svegliato a fatica, dimenandosi in un groviglio di lenzuola sporche che da mesi non venivano lavate, ormai ridotte a un grosso grumo indistinto sopra il nudo materasso, buttato per terra in mezzo alla stanza.

Aveva ancora addosso i vestiti della sera prima, quando era rientrato a chissà quale ora e in chissà quali condizioni.

Allungò il braccio fuori dal materasso e annaspò con la mano per terra, a tastoni, cercando qualcosa tra le scarpe, i calzini sporchi, le vaschette di Nutella già consumate da tempo e alcune lattine di birra vuote.

Finalmente trovò il cellulare, lo portò a pochi centimetri dagli occhi. Tirò su a fatica le palpebre. Pigiò a caso sui tasti finché non riuscì a intravedere, tra le nebbie del sonno e i fumi residui dell’alcool, l’ora segnata sul display.

“Vacca!” disse forte.

Era tardi. Come al solito.

Si tirò in piedi.

Anche quella mattina ne avrebbe sentite di tutti i colori dal titolare della carrozzeria.

Le urla gli riecheggiavano già nella testa.

“Merda!” disse piano.

Non ebbe il coraggio di aprire il rubinetto per lavarsi la faccia, gli avrebbe dato fastidio incrociare il suo sguardo nel pezzo di specchio appeso sopra il lavandino.

Si mise addosso in fretta una maglia che aveva trovato per terra.

Adam era nato nel sud del Brasile, nella regione di Spirito Santo. Suo padre era morto che lui era bambino. Dopo qualche anno sua mamma Anita era partita per l’Italia. Adam era rimasto laggiù con il nonno che spesso lo portava a cavallo nelle piantagioni di banane.

Anita era arrivata a Valdobbiadene con il fratello maggiore di Adam al quale, per chissà che strano circuito di pensieri, aveva dato il nome di Attila. D’altra parte lui con quel nome non sfigurava e in paese, con le sue gesta, teneva alta la fama del re barbaro.

Anita, con la tenacia disperata delle madri, era riuscita a trovar lavoro in una fabbrica di occhiali. Dopo un po’ di tempo era arrivata a farvi assumere anche Attila, ed entrambi sul lavoro si facevano rispettare.

Si era trovata poi un uomo, un italiano, che lavorava in una falegnameria, forte come un toro, ma che lei aveva addomesticato come un agnellino, minacciando di abbandonarlo appena lui tentava di alzare la cresta. Così di tanto in tanto gli ricordava che la casa dove abitavano, anche se ci avevano messo entrambi i soldi, era intestata a lei. Lei era anche la titolare del mutuo con cui veniva pagata pian piano, mese per mese. Quindi… silenzio… e fare il proprio dovere senza tante storie, di giorno e di notte.

Adam era arrivato in Italia all’età di quattordici anni.

Sua madre, testarda, lo aveva voluto iscrivere alla scuola superiore per periti tecnici. Voleva avesse un titolo di studio e non fosse da meno dei coetanei italiani.

Per Adam era stato un anno tremendo. Lo avevano massacrato di insufficienze, di note e di sospensioni per via delle risse che provocava e del suo assoluto disinteresse allo studio. un giorno sì e un altro anche.

Finché una mattina la madre Anita era stata chiamata a scuola d’urgenza. Adam aveva avuto un litigio con la prof di tedesco e dalla rabbia, con un pugno, aveva sfondato lo stipite di una porta.

Arrivata a scuola, Anita aveva trovato suo figlio nel corridoio, ancora tutto tremante.

“Cosa è successo ’sta volta?”.

“La prof di tedesco è una razzista”. Adam aveva tutta la mano gonfia per il colpo che aveva dato alla porta.

“E perché è una razzista?”.

“Mi ha dato tre in tedesco. Perché sono nero”. Non c’era per lui altra spiegazione.

Sua mamma qualche dubbio per la verità ce l’aveva e subito era andata a cercare il direttore della scuola, tirandosi dietro Adam.

“Signora, suo figlio ha preso una nota sul registro di classe dall’insegnante di tedesco e siccome è la terza nota dobbiamo sospenderlo. Per di più ha anche spaccato la porta della classe che bisognerà riparare… a vostre spese”.

In quel momento era entrata nell’ufficio anche la prof di tedesco.

Il direttore aveva dato un’occhiata ai presenti, aveva preso in mano il registro e aveva letto a voce alta la nota che così recitava: “Adam ha dato della ‘nazista’ alla professoressa”.

“Non è vero!” era esploso Adam. “Razzista, le ho detto che è una razzista, non una nazista: mi ha dato tre in tedesco perché sono nero”.

“Cara professoressa” aveva rotto l’imbarazzo il direttore che voleva trovare un ultimo appiglio per ‘salvare’ Adam, “forse c’è stato un equivoco tra ‘razzismo’ e ‘nazismo’ e in questo caso… prima di procedere… bisognerebbe chiarire…”.

La cosa si era chiusa lì, in tutti i sensi. Nonostante la disponibilità della scuola a far proseguire gli studi ad Adam, sua madre non si era opposta alla decisione del figlio di terminare quella ‘via crucis’.

Dopodiché Adam si era cercato un lavoro. Nel frattempo però si era dimenticato di farsi il permesso di soggiorno e, compiuti i diciotto anni, la cosa si era complicata: maggiorenne, senza poter contare sulla tutela della madre, senza documenti, senza patente di guida, senza poter avere un contratto di lavoro regolare.

Eppure, anche in una situazione così precaria, Adam era assolutamente convinto di avere un asso nella manica.

Quando doveva affrontare quell’argomento lui, che normalmente si esprimeva a fatica in una lingua che era una via di mezzo tra l’italiano degli stranieri e il dialetto veneto, diventava splendido.

Chi lo ascoltava si trovava davanti ad un ragazzo alto, grosso, di pelle molto scura, che con assoluta naturalezza gli spiattellava tutto d’un fiato la storia del nonno, italiano, di Parma, che da giovane era emigrato in Brasile, e lì si era sposato, con una brasiliana, e tutti i documenti parlavano chiaro ed erano a posto, e faceva Alfredi di cognome, che per qualche motivo i funzionari brasiliani avevano trasformato in Alvarez, ma un suo secondo cugino era riuscito a farsi riconoscere la nazionalità italiana ed era questione di settimane e sarebbero finalmente arrivate tutte le carte dal Brasile e lui avrebbe ottenuto la sua nazionalità vera, quella italiana, e avrebbe cambiato cognome, tornando ad avere quello giusto, Alfredi, appunto, quello del nonno, italiano, di Parma.

Nessuno, assistendo ad una di queste arringhe improvvise, aveva mai osato chiedere ragione dell’evidente contraddizione tra quel racconto e il colore sfacciatamente nero della sua pelle.

I più eruditi cercavano di rovistare nella memoria, per ritrovare le nozioni imparate a scuola, sulle leggi di Mendel… o era Darwin? No, lui era quello delle scimmie e non c’entrava… Mendel sì… era lui, quello dei piselli… o forse erano fagioli… verdi, bianchi, boh… per trovare una qualche giustificazione dei meccanismi ereditari per cui dal nonno italiano di Parma era potuto discendere quel ragazzo grande, grosso e scuro di pelle, come un brasiliano.

I meno eruditi si bloccavano banalmente, ma non del tutto senza ragioni, al problema della nonna, a come doveva essere stata nera per avere come nipote, con un italiano, un ragazzo così.