IL LADRO DI TIMBRI

Dopo essere stato assunto nell’impresa di pulizie, Orges, per un po’ di tempo, aveva cercato un secondo lavoro, per arrotondare, e aveva fatto circolare la voce. Per la verità, una volta era stato avvicinato da alcune persone che gli avevano proposto di nascondere piccoli aggeggi, microfoni o cose del genere, negli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Sarebbe stato un servizio comodo, ben retribuito, ma lui non se l’era sentita. Quei tipi non gli avevano ispirato fiducia, e poi lui voleva restare pulito, aveva una sua dignità.

Dopo essere stato assunto nell’impresa di pulizie, Orges, per un po’ di tempo, aveva cercato un secondo lavoro, per arrotondare, e aveva fatto circolare la voce. Per la verità, una volta era stato avvicinato da alcune persone che gli avevano proposto di nascondere piccoli aggeggi, microfoni o cose del genere, negli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Sarebbe stato un servizio comodo, ben retribuito, ma lui non se l’era sentita. Quei tipi non gli avevano ispirato fiducia, e poi lui voleva restare pulito, aveva una sua dignità.

L’idea giusta gli era venuta nelle lunghe ore passate a spolverare, svuotare cestini e spingere l’aspirapolvere da un ufficio all’altro. Era maturata pian piano, non tutta di colpo, ed era rimasta a covare sotto la cenere, pronta a prendere corpo alla prima occasione.

Orges aveva notato che le scrivanie degli impiegati e dei dirigenti erano piene di timbri. La cosa lo aveva colpito.

«Timbri…» aveva rimuginato tra sé.

Fin da piccolo gli erano sempre piaciuti, i timbri: quegli aggeggi avevano qualcosa di magico. Qualche volta ne aveva provato uno su un pezzo di carta, tanto per vedere il risultato. Aveva studiato la tecnica: un colpo secco, poi una leggera pressione con mano ferma ed ecco apparire sul foglio bianco il disegno o la scritta, di un bell’inchiostro nitido.

Tutto qui? No, c’era molto di più. Accanto a quella magia da bambini ce n’era un’altra, più pratica ma altrettanto straordinaria: se una semplice carta vuota, pur piena di scritte, non valeva nulla, un foglio qualsiasi con un timbro e un ghirigoro fatto con la penna acquisiva un’aura quasi sacra: diventava un ‘certificato’ e poteva cambiare la vita di una persona e di intere comunità. Nel bene e nel male. E tutti ci credevano.

Al piano terra del palazzo dell’Agenzia delle Entrate c’erano gli sportelli aperti al pubblico. Fin dalle sette di mattina ogni giorno c’era un sacco di gente che si ammassava per prendere il numero, attendendo il proprio turno per ore.

Certe mattine in cui Orges si era dovuto trattenere più a lungo aveva osservato gli addetti agli sportelli battere i timbri con colpi secchi sulle carte, poi uno sgorbio a penna e via, problema risolto. La gente, lì in fila da ore, si alzava e se ne andava via soddisfatta, controllando che il timbro ci fosse davvero.

Sì, c’era, anche la firma… e quei disperati si mettevano in tasca la carta con un sospiro, sicuri, tranquilli. Gli stessi funzionari ci credevano, tutti ci credevano. Lo si vedeva dai modi, dal tono, dallo sguardo.

Orges, che non ci credeva, se n’era accorto.

(…)

Finché un giorno – Orges se lo ricordava bene quel giorno – fu suo cugino, senza volerlo, a dargli l’idea.

«Orges, mi è arrivata una busta verde» gli confidò tutto agitato una sera. «Dall’Agenzia delle Entrate. Tu che lavori lì non conosci per caso qualcuno?».

Gli mostrò una lettera con un sacco di soldi da pagare: tasse, multe, interessi. Era disperato.

«Ci provo, domani ti dico».

Il giorno seguente Orges si rivolse a uno degli operatori agli sportelli, quello che gli sembrava più comprensivo e affabile, l’unico che si degnava di salutarlo. Gli espose il problema del cugino, sicuro che si sarebbe trovata una soluzione.

«E me lo chiedi così? Ma chi è tuo cugino? È più bello degli altri? Che prenda un appuntamento e faccia la fila!» fu la risposta secca del funzionario. «Scusami poi, senza offesa, ma se proprio deve farsi raccomandare, con tutto il rispetto… non da un addetto alle pulizie…».

E gli aveva pure sorriso con una smorfia che voleva essere di cortesia.

Orges non aveva replicato, ma se l’era legata al dito.

Probabilmente avrebbe dovuto offrirgli dei soldi, forse era questa la prassi, ma non era il tipo da fare certe cose. Preferiva prendere il problema di petto e risolverlo alla radice.

«Stai tranquillo» riferì quella sera a suo cugino, «vedrai che qualcosa facciamo».

«Hai parlato con un funzionario?».

«Lascia stare. Chiamami fra qualche giorno».

Le notti successive Orges le passò a frugare nei cassetti dell’addetto che gli aveva negato l’aiuto; c’erano carte, forbici, e timbri, timbri di ogni tipo. Cominciò a portarne a casa qualcuno di quelli vecchi, dimenticati in fondo ai cassetti. Si comprò un tampone, per prova, ma lo buttò via per procurarsi gli stessi tamponi d’inchiostro usati negli uffici dell’Agenzia delle Entrate.

Con quelli si esercitò, migliorando via via le prestazioni. Infine tentò di riprodurre gli sghiribizzi che vedeva di notte sulle scrivanie.

Finalmente soddisfatto, chiamò suo cugino.

«Portami le cartelle. Lasciamele per un paio di giorni».

Il primo giorno, con una scusa, spedì le donne della sua squadra a lavorare in altri uffici, selezionò la dotazione di timbri e di moduli sulla scrivania del funzionario e alla fine si portò via il necessario. A casa appose il timbro dell’Agenzia delle Entrate sulla cartella, poi un altro: «Liquidato». Poi un altro ancora con la data, infine la firma.

«Mi devi duecento euro» disse al cugino consegnandogli la cartella timbrata. «Se fai il conto, te ne ho fatti risparmiare più di duemila».

Suo cugino tirò fuori le banconote senza battere ciglio, anzi, contento.

La notte successiva Orges infilò una copia della cartella timbrata sulla scrivania del funzionario, nella pila giusta, quella dei documenti lavorati. A posto. Finito il lavoro.

Dalla prima volta ne aveva fatta di strada.

Si era organizzato con uno sportello sui generis. Quando finiva il turno di lavoro, si sedeva a un tavolino del bar in campo Sant’Angelo. Ordinava un caffè e rimaneva lì per ore. Fingeva di leggere il giornale e non perdeva mai di vista l’ingresso dell’Agenzia delle Entrate. Aveva distinto gli utenti di quel palazzo in tre categorie ben definite: c’erano i commercialisti che curavano le grane dei loro assistiti, poi c’erano gli sprovveduti che erano finiti nelle maglie del fisco per sbadataggine o per caso, infine c’erano i disperati di professione.

«Si capisce da come camminano, da come si guardano intorno» commentava tra sé Orges con un ghigno beffardo.

A parte i ‘disperati’, gli altri potevano essere tutti buoni clienti. Affrontati coi dovuti modi, sia i commercialisti sia le vittime casuali del fisco potevano aver bisogno dei suoi servizi. I disperati no, quelli non avevano il becco di un quattrino e da un giorno all’altro potevano fare gesti estremi e sparire, con il lavoro lasciato a metà. Oppure, bene che andava, ti tenevano per ore a raccontarti la storia delle loro disgrazie fin da Adamo ed Eva: insomma, avevano bisogno di compagnia per consolarsi, non dei suoi timbri.

Orges non aveva voglia di perdere tempo, anche perché il reclutamento dei potenziali clienti aveva i suoi costi e i suoi pericoli. All’inizio bisognava investire del tempo e non solo: si doveva pagar loro un caffè, a volte anche una merenda completa. Occorreva inoltre mettere in conto che qualche idiota poteva avere la balzana idea di andare dai carabinieri a denunciarlo. Era un lavoro che esigeva assoluta prudenza e attenzione. Alla prima mossa falsa, il gioco poteva finire.

Quando individuava i clienti giusti, persone distinte, un poco altezzose, che uscivano con aria irritata dall’agenzia, Orges le avvicinava con discrezione. Camminava un po’ al loro fianco e poi scattava l’ingaggio.

«Senta, mi scusi, se vuole le posso dare una mano».

Quelli all’inizio lo guardavano storto.

«Credo di poter fare qualcosa per lei. Conosco qualcuno dentro gli uffici, magari riesco a trovare una soluzione».

Insomma, faceva loro capire che con qualche aiuto avrebbe potuto semplificare le cose e, in breve, arrivare alla chiusura del contenzioso.

Usava la storiella del funzionario corrotto perché faceva subito breccia, e in effetti era una spiegazione molto più verosimile della sua teoria sul potere dei timbri.

A volte qualcuno lo mandava a quel paese. Altri si fermavano e gli chiedevano, sospettosi, che cosa intendesse con quelle parole. Quelli erano pericolosi: invece che interessarsi a risolvere il loro problema, volevano prima risolvere il problema del mondo. Bisognava starne lontani e lasciarli crepare nella loro onestà.

Altri ancora erano troppo pignoli, controllavano tutto, chiedevano ragione di ogni cosa, pretendevano la perfezione. Anche di questi era meglio diffidare: non erano pericolosi, ma era più il tempo che si perdeva che il lavoro guadagnato.

Per fortuna c’erano i ‘concreti’, quelli che, senza tanti fronzoli, erano interessati al buon esito della questione: erano loro il suo target ideale.

Quando il primo approccio andava a buon fine, Orges proponeva loro un caffè. E lì scattava la fase due.

«Mi scusi, non perché non mi fidi, ma devo avere tutto in contanti alla consegna. No, niente anticipi. Solo a buon esito» li avvisava correttamente fin dall’inizio. «Il prezzo del servizio è il venti per cento di quello che lei avrebbe dovuto pagare… e lei ha la sua bella cartella pulita, timbrata e liquidata».