LA GALLINA DI NICK

La scuola era sempre stata una disperazione per Nick e lui per i professori. Tra le mura scolastiche ci stava come un cane randagio dentro un canile.
Ne aveva fatte di tutti i colori. Da ultimo, durante una lezione, era stato sorpreso a strisciare per terra, tra i banchi, a cercare di mordere le caviglie delle compagne di classe. Ne era nato uno scandalo: preside, assistenti sociali, psicologi, tutti avevano voluto dire la loro e, peggio, avevano tentato di fargliela capire.

La scuola era sempre stata una disperazione per Nick e lui per i professori. Tra le mura scolastiche ci stava come un cane randagio dentro un canile.

Ne aveva fatte di tutti i colori. Da ultimo, durante una lezione, era stato sorpreso a strisciare per terra, tra i banchi, a cercare di mordere le caviglie delle compagne di classe. Ne era nato uno scandalo: preside, assistenti sociali, psicologi, tutti avevano voluto dire la loro e, peggio, avevano tentato di fargliela capire.

Nick non aveva capito. Erano arrabbiati con lui, questo sì l’aveva capito, e parecchio. Ed era chiaro che tutti là dentro provavano fastidio anche solo a vederlo, perciò era arrivato alla conclusione che era meglio stare alla larga il più possibile da quell’ambiente.

E così sempre più spesso alla mattina, quando usciva di casa, invece che dirigersi verso la scuola, se ne andava in giro da solo per le strade e per i campi della periferia di Marghera, a far nulla, oppure a combinarne di tutti i colori. Uno dei suoi svaghi preferiti era aggrapparsi in corsa al camion delle immondizie, sentire il vento sulla faccia, provare il brivido della corsa, delle frenate, delle urla degli operai…

Proprio in una di queste scorribande accadde qualcosa che cambiò la sua vita.

Quella mattina Nick imboccò via Fratelli Bandiera, la percorse fino alla fine, poi camminò per più di un’ora fino ad arrivare nella zona del porto di Fusina. Dopo aver vagato nelle campagne che si aprivano a ridosso delle ultime fabbriche della zona industriale, imboccò una stradina che si perdeva in mezzo ai campi incolti e agli orti di qualche casa dispersa.

A un tratto Nick si arrestò di colpo. Là in fondo, a fianco del fossato, una gallina razzolava tra l’erba. Le piume un po’ spelacchiate, color rosso mattone, la cresta sbilenca, le zampe giallastre sporche di terra.

Si chinò a raccogliere un sasso e lo fece sobbalzare più volte nella mano, pronto a lanciarlo.

«È meglio andarci più vicino» pensò.

Avanzò di qualche passo, cercando di non far rumore. Ma la gallina si accorse di lui, si raddrizzò e lo fissò. Mosse la testa a piccoli scatti, come avesse una molla nel collo e tornò a fissarlo, impettita e immobile, per lunghi istanti. Poi di nuovo si piegò a beccare qualcosa per terra.

Nick si fermò a osservarla. La gallina alternava movimenti repentini ad altri in cui si bloccava, impalata: un colpo secco per terra e subito su, con il collo diritto, attenta a scrutare che nessuno arrivasse a rubarle gli insetti che aveva adocchiato per terra.

Nick si avvicinò, a qualche metro da lei il sasso gli cadde dalla mano. Si accucciò e rimase a guardarla per lunghi minuti. La gallina aveva gli occhi tondi e neri, come piccoli pozzi di cui non si scorge la fine; di tanto in tanto lo fissava, poi tornava a beccare per terra. Il ragazzo si sedette sulla ghiaia alla ricerca di qualcosa che potesse piacerle. Provò con un filo d’erba: niente. Trovò una formica che passava ignara di lì e la raccolse. La schiacciò un poco perché non potesse scappare e, allungando la mano, la porse alla gallina. Quella fece un passo in avanti.

«Dovresti muoverti un po’» disse sottovoce alla formica. «Così ti vede».

Il becco scattò all’improvviso. Nick ritrasse di colpo la mano e la scrollò per aria.

«Che male! Bastarda…» e con la coda dell’occhio cercò il sasso che aveva perduto.

La gallina si fermò, forse per avere un altro boccone.

Piccoli occhi scuri spuntavano dalle palpebre trasandate. Nick provò a fissarli e all’improvviso gli sembrò di scorgere là in fondo qualcosa di familiare.

«Gli occhi sono la finestra dell’anima» gli ripeteva spesso don Giuseppe, il parroco della canonica.

Ogni tanto Nick controllava i suoi occhi allo specchio, ma laggiù, oltre lo scuro, l’anima non l’aveva mai vista.

Negli occhi della gallina, invece, c’era qualcosa, non sapeva dire che cosa. Era triste, come lui quella volta che sua madre, di cui non si ricordava nemmeno la faccia, era passata a trovarlo, qualche anno prima, e al momento di partire, per farlo smettere di piangere, gli aveva promesso che sarebbe tornata di lì a poco; lui l’aveva aspettata sul cancello fino a notte fonda, per niente.

Triste così. Lui non avrebbe saputo parlare di quella cosa, ma la conosceva, l’aveva sentita tanto che gli faceva ancora male. Era la stessa cosa che c’era là in fondo agli occhi della gallina.

«È mia amica» decise all’improvviso.

Era un sentimento che non aveva mai provato prima d’allora, che gli era del tutto estraneo, ma forse, quando la gente parlava di amicizia, intendeva proprio quella cosa.

Nick tirò fuori dalla tasca il sacchetto di plastica dove di solito si portava il panino della merenda, si avvicinò lentamente alla gallina e con un balzo in avanti la bloccò. Lei si era accucciata per terra dalla paura. Nick la sollevò e con un po’ di fatica la infilò nel sacchetto. La gallina non si muoveva, era terrorizzata.

«Vedrai» le disse sottovoce, «con me starai meglio».