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Intervento

Luciano Marigo

Caro Raffaelli,
immagino che il tempo trascorso dal nostro incontro in occasione dell’inaugurazione della libreria di ‘Santi Quaranta’ ti abbia indotto a concludere che la promessa di scriverti le impressioni suscitate in me dalla lettura della tua “Osteria senza oste” fosse un modo di dire per chiudere il discorso con una formula di cortesia.

Caro Raffaelli,
immagino che il tempo trascorso dal nostro incontro in occasione dell’inaugurazione della libreria di ‘Santi Quaranta’ ti abbia indotto a concludere che la promessa di scriverti le impressioni suscitate in me dalla lettura della tua “Osteria senza oste” fosse un modo di dire per chiudere il discorso con una formula di cortesia. La cosa non sta cos’, come vedi. Il fatto è che, portata subito a termine la lettura che come ti ho detto avevo cominciato e interrotto nei giorni precedenti, il libro è scomparso dal mio tavolo (per lo zelo sconsiderato della signora delle pulizie che l’ha imbucato in un posto impossibile) impedendomi così di consultare il testo al quale avevo bisogno di dedicare una seconda lettura ( più ponderata perché libera dall’urgenza della curiosità di vedere come andava a finire la storia). La ricerca è durata un bel po’, sempre vana; e ad essa ha fotto seguito la rassegnazione. Il ritrovamento è stato frutto del caso perché il libro era finito in un sacchetto di carta appeso allo schienale di una sedia del mio studio in mezzo ad oggetti di disbrigo con i quali il libro non aveva niente a che fare, Come vedi, non ho neppure l’obbligo di chiederti scusa.
La prima qualità del tuo romanzo è la piacevole e incalzante curiosità che marca il tessuto narrativo; il lettore è sollecitato, grazie alla fluidità del ritmo e alla vivacità del linguaggio, a una lettura rapida a cui lo sospinge d’altra parte l’ordito ‘poliziesco’ del racconto. Lo scrivo tra virgolette perché questa qualità non esaurisce la definizione della trama e anzi non è neppure la parte più rilevante; al punto che si può dire che è solo uno specchietto per le allodole dal quale il lettore attento deve sapersi guardare. Il rischio della lettura superficiale è insito nell’estro giocoso, ironico e fantastico del raccontare che in taluni punti tocca la stravaganza, la paradossalità, l’invenzione buffa, la verosimiglianza ridotta alle soglie dell’incredibile. Ne consegue l’apparenza di un ottimismo candido e persino una spensieratezza gioconda che immunizzano dalla sofferenza che le ingiustizie e le storture del mondo producono normalmente in una coscienza vigile e sana. Ma se il lettore interpreta così la ‘solarità’ che contrassegna l’atmosfera nella quale sono inscritti gli eventi vuol dire che gli sfugge la natura di metafora che è propria della storia che hai raccontato. Le situazioni e i fatti che con ritmo incalzante scorrono davanti ai nostri occhi mentre inseguiamo lo svolgersi della trama non hanno molto a che fare con la commedia brillante. Ma questo non salta agli occhi bensì è solo suggerito da alcuni avvenimenti per altro molto discreti e perciò facili ad essere sottovalutati via via che affiorano nella narrazione. Sono illuminazioni improvvise e fulminee alle quali può sembrare che neppure l’autore dia molta importanza. Mettiamo il filo narrativo che ha per protagonista Chiara: che a questa ragazza sbandata, scontenta e cialtrona si riconduca un lembo secondario, ma non marginale del contenuto ‘ideologico’ del romanzo non è facile capirlo subito perché il negativo che caratterizza fin dall’inizio la sua figura, lontano dall’apparire drammatico e perciò degno di essere preso sul serio, presenta un aspetto dimesso e perfino banale. Eppure fin dall’inizio il lettore attento è messo sull’avviso quando sua madre a colloquio con la prof, Elena Tovazzi dà sfogo al suo dolore per il destino di quella figlia; e, poco più in là, quando in un incontro banale col padre, casuale e perciò scarsamente significativo, Chiara se ne esce in quella domanda angosciata: “ma io in che cosa potrò diventare grande?” L’insopprimibile aspirazione alla positività, ecco la sostanza della metafora raccolta nella storia di Chiara; aspirazione che una inscalfibile fiducia dichiara fondata e saldamente inerente al Destino buono ( non a caso scritto con la lettera maiuscola nella bellissima lettera che la prof. Elena scrive alla sua allieva). E a maggior ragione la certezza (la fiducia certa) della positività della vita è la sostanza della metafora complessiva della storia che si svolge attorno all’Osteria senza oste. La stramba trovata (che la nota di pag. 8 dà per realmente appartenente alla geografia di Valdobbiadene) ti dà il destro per enunciare il fondamento per niente ingenuo che permea il tuo romanzo: “Il mondo è una grande Osteria senza oste. L’Oste del mondo c’è, ed è il più grande che si possa immaginare. E tutti i giorni ci prepara il dono delle stelle, il dono della vita, delle persone che incontriamo, di tante cose che ci possono servire, e noi possiamo accorgerci di questo, o no. Possiamo trattarle male, usarle per quello che ci passa per la testa in quel momento, oppure possiamo farci attenzione, capirne il valore, esserne grati.” L’Oste c’è, tu dici, Non si vede, sembra che non ci sia, nell’Osteria capita di tutto, ma l’oste c’è, eccome. La verità si fa strada in mezzo al dipanarsi di una storia stramba, a volte gaglioffesca, a volte brutta, a volte losca ma sempre antieroica cioè mantenuta alla portata di una umanità immersa nella quotidianità. Debbo dirti che davvero la seconda lettura mi è stata di grande e indispensabile aiuto per cogliere la ricchezza sapienziale del tuo libro. Ed è stato grazie ad essa che quello che mi ero perso in difetto – l’inaspettata conclusione della seconda e di gran lunga più importante investigazione, ossia la sospensione della chiusura – mi si è rivelato al contrario come una geniale trovata che ti ha permesso di mettere in primo piano la chiusura della vera inchiesta che è la ricerca del significato che ha questa nostra esistenza che si dibatte nel miscuglio di bene e di male, di banalità e di grandezza, di gaglioffaggine e di pulizia che frequentano la grande Osteria.
Molto originale davvero, e di gustosa lettura. Mi resta (ma questo lo dico tra parentesi) di immaginare come Giovanni Zanca risolverà il dubbio sul da farsi dei dati venuti in suo possesso intorno alla bisca clandestina: se vorrà scoperchiare la pentola o affidare all’assistente notturno dell’oste il compito di far trionfare il bene.

Ecco fatto. A te i più cordiali saluti e auguri
Luciano Marigo